vita di coppia: con data di scadenza?

di DI Gudrun Dalla Via
Osservando i dati statistici c’è quasi da stupirsi che vi siano ancora delle persone con la voglia di sposarsi. Poco più di un terzo degli italiani è attualmente sposato, ogni anno diminuisce il numero di nuovi matrimoni contratti mentre aumenta quello di separazioni e divorzi.

È in crescita invece la convivenza, scelta da una coppia su due. Cadono i tabù, secondo alcuni; per altri si tratta di un calo di valori. E se il vero quesito fosse invece un altro? Esaminare la vita di coppia da punti di vista diversi potrebbe essere utile, almeno per prevenire o lenire i dolori delle separazioni.

a chi o cosa serve la coppia stabile?
Nella vita tutto tende a cambiare. Mutano le circostanze, le abitudini delle persone, e con esse anche i loro modi di vedere. Quindi si evolve anche il rapporto tra persone che vivono insieme, giorno dopo giorno, per anni.
C’è solo da chiedersi come mai tutti (o quasi) nella vita di coppia partono con la convinzione che nulla mai cambierà, che il loro amore non solo sarà eterno ma anche immutabile – e se lo promettono pure reciprocamente... Ci deve essere un gene dell’illusione, installato da qualche parte nella mente umana, che fa credere in ciò nonostante tutte le evidenze contrarie. Molti scienziati infatti sostengono che vi sono animali per loro natura portati a fare coppia monogama a vita e altri invece “disegnati” per vivere in modalità diverse, e l’essere umano apparterrebbe al secondo gruppo. Da dove viene dunque la spinta sociale, trasmessaci ancora sin dalle favole per i bambini, a legarci in coppie stabili?
Ebbene, i fattori possono essere molti. Primo tra tutti l’esigenza di una prole “a crescita lenta” che ha bisogno a lungo di un tessuto parentale intorno, prima di diventare autonoma. In famiglie benestanti è interesse generale conservare il patrimonio, e un nucleo stabile dà maggiori garanzie; non a caso i matrimoni combinati esistono ancora, al giorno d’oggi, e sorprendentemente sembrano essere più stabili della media! Dove c’è un’attività in comune, di qualsiasi tipo, l’armonia del gruppo familiare è il maggiore fattore di successo, non solo a livello di coppia ma anche attraverso le generazioni e con coinvolgimento anche di cognati e cognate. Costruire qualsiasi realtà che comporti impegno di tempo e di denaro, come ad esempio una casa, è un vincolo che lega; sarà più facile gestirlo quando tutti i componenti del gruppo, in particolare la coppia, vanno d’accordo. Infine, chi è fermamente inserito in un tessuto sociale è più controllabile; i “randagi” fanno paura perché troppo liberi e indipendenti, almeno per i gusti di molti datori di lavoro, soci in affari, ecc.

giova anche all’individuo?
Tutte le statistiche sembrano dimostrare che chi vive in un rapporto affettivo stabile è più sano e più longevo. Forse anche più felice, più equilibrato? E soprattutto: il rapporto è necessariamente a vita? In assenza di motivi pressanti che richiedono l’unione, i partner possono sentirsi liberi di vivere secondo quello che può essere un loro nuovo “modello di felicità”, maturato nel frattempo? Inoltre, se la convivenza è diventata di grande peso per uno dei due o per entrambi, per motivi d’incompatibilità di carattere, è giusto infliggersi una condanna a vita? Tante domande, e un numero sicuramente molto elevato di possibili risposte...

il trauma della separazione
Due persone che si accorgono di aver sbagliato a scegliersi, o che comunque non condividono più gli scopi che prima li univano, potrebbero sedersi tranquillamente a tavolino per parlare, per cercare una soluzione che soddisfi le esigenze di entrambi e di altri individui eventualmente coinvolti. Potrebbero, ma… pare che ciò avvenga molto raramente. Perché tanti rancori, dolore e strascichi che a volte durano anni?
Il motivo principale potrebbe risiedere in un “difetto di fabbricazione”, un errore commesso all’inizio, forse ancora prima di iniziare la relazione, che si potrebbe riassumere con la parola ‘aspettative’. Non si tratta certamente di una colpa: sin dalla più tenera infanzia ci hanno abituati ad aspettarci “cose”, dall’amore e dalla persona amata. Prima di tutto, che l’altro/l’altra abbia il compito di renderci felici! A ben guardare è un’assurdità, eppure è la norma. Che io sia felice o meno dovrebbe dipendere da un’altra persona? Dal fatto che soddisfa le mie aspettative (attenzioni, regali, status sociale o quant’altro)? Lo scaricare la responsabilità per le proprie emozioni è un atteggiamento infantile; la persona matura si assume la responsabilità per i propri pensieri, i propri stati d’animo, le proprie scelte e preferenze. Quindi la grande illusione, “lui/lei mi renderà felice” non può che essere seguita da una cocente delusione, cioè disillusione, del tipo “mi aveva promesso che saremmo usciti ogni sabato” o “non mi ama più come prima” o “spende tanto tempo con i propri hobby/gli amici/i parenti”. Se il malumore della delusione viene espresso con discussioni e litigi, si pongono già le basi per una separazione. Separazione peraltro vissuta male, appunto perché ognuno si crede nel giusto e si sente trattato in modo non equo dall’altro; da qui il rancore che può durare anni, perfino tutta la vita.
Una coppia arrivata a questo punto può comunque fare qualcosa, almeno per lasciarsi bene: esaminare, ognuno per sé e poi eventualmente insieme, quali sono le aspettative delle quali ognuno aveva investito l’altro. Senza queste aspettative, come sarebbe andato il rapporto?

partire con il piede giusto
Una volta compresi i propri errori (più difficile ma più importante, rispetto al capire gli errori dell’altro) si possono anche trovare le basi per reimpostare un rapporto incrinato; oppure essere pronti, a tempo debito, a impegnarsi in un’altra relazione.
Si potrebbe chiedere a se stessi, in tutta sincerità, che cosa ci si aspetta dall’altro e dal rapporto: meglio prendere appunti, mentre si scandaglia la propria anima cercando di capirne le esigenze. Può darsi che vi venga da ridere mentre fate il “lavoro”, perché alcune aspettative si potrebbero rivelare davvero futili – ma così avrete evitato delle trappole insidiose per il futuro. Una volta compreso quali sono i vostri desideri più importanti, parlatene con il partner e invitatelo a fare lo stesso. Per rendere il tutto lieve e autentico, provate a impostarlo quasi come un gioco, magari come il gioco della torre: quali sono le cose più importanti che mi aspetto, che vorrei salvare, se dovessi rinunciare a qualche cosa?
In passato si usava (e nelle famiglie potenti si usa ancora) fare un contratto matrimoniale. Senza diventare troppo formali si potrebbe comunque stabilire una sorta di patto, come base della futura unione (matrimonio o convivenza o relazione affettuosa che sia). In questo si potrebbero stabilire alcuni punti ritenuti davvero importanti da entrambi, lasciando però anche ampio margine all’autonomia e a (sempre possibili) errori – tutt’al più si potrebbero prevedere delle “penali”. In questo modo ognuno riconosce i propri confini ma sa anche che avrà delle possibilità di recupero, in caso di “fallo”.
È giusto prevedere possibili crisi perché… ci saranno! E pensare per tempo come affrontarle. In questi casi un po’ di umorismo e di ironia possono essere di grande aiuto; e serve soprattutto staccarsi e vedere non il dettaglio del diverbio ma quello che unisce, lo scopo che si ha in comune.

e vissero per sempre felici e contenti
Nelle favole è così. Anche nella vita reale può essere così – purché non facciamo dipendere la nostra felicità dalle circostanze esterne o da un’altra persona, neppure dalla più amata, ma ne facciamo invece uno stato d’animo di base, scelto da noi.
Felici e contenti, ma non necessariamente insieme. Lasciarsi senza rancore è un’arte, eppure vale la pena impegnarsi al massimo per ridurre o evitare i drammi, per programmare bene il futuro, per spianarsi a vicenda la strada.
Se ad esempio avete capito che uno dei due o entrambi stavano nell’unione per paura della solitudine, allora c’è qualche cosa di decisamente sbagliato: il partner era uno strumento, non una persona da amare; e un primo passo potrebbe essere quello di cercare una maggiore autonomia emotiva, magari con l’aiuto dell’(ex) partner.

sabato 19 maggio 2012

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