Centinaia sono i papiri ritrovati che descrivevano le proprietà e l’utilizzo delle essenze estratte; innumerevoli sono i reperti di vasellame utilizzato per detti scopi, molti dei quali contenenti residui vegetali, spesso straordinariamente ancora emananti sensazioni olfattive.
Le essenze più utilizzate erano la Mirra, l’Incenso, il Galbano, la Noce moscata, il legno di Cedro, la Cannella e i chiodi di Garofano. Il processo di estrazione di questi oli essenziali avveniva mediante la tecnica dell’enfleurage o della macerazione in olio con successiva spremitura.
Molti di questi reperti archeologici sono conservati a Londra presso il British Museum, dove si possono osservare vasi di alabastro contenenti i cosiddetti “cosmetici di Cleopatra”, regina egiziana famosa anche per le sue capacità seduttive attribuite in parte all’uso di fragranze e prodotti di bellezza. Secondo una tesi dello studioso egiziano Schawaller De Lubicz, il sistema olfattivo era talmente noto agli antichi Egizi che il tempio di Luxor lo riproporrebbe architettonicamente e la stanza dove si svolgeva la cerimonia dell’unzione del faraone avrebbe una corrispondenza con i sensori olfattivi della struttura anatomica del naso.
La Bibbia cita spesso oli essenziali e i Greci codificarono una grande tradizione aromatica. Ippocrate, padre della medicina, era consapevole delle proprietà antisettiche di alcune piante aromatiche che da lui furono utilizzate anche per fumigazione; non a caso il termine ‘profumo’ deriva dal latino per fumum. Teofrasto, filosofo e naturalista del III sec. a. C. e allievo di Aristotele, è autore di La storia delle piante e Le cause dei processi vegetali, che costituiscono il primo trattato completo di botanica dell’antichità, rimasto fondamentale fino a tutto il Medioevo. Dioscoride, originario della Cilicia, nel I sec. d. C. studiò le proprietà medicinali delle piante ed è uno dei primi autori di riferimento per la botanica e la farmacologia grazie alla sua opera De materia medica.
Nell’antica Roma gli oli essenziali godevano di importanza non solamente in campo medico ma anche estetico. È nota la cura che i Romani dedicavano al corpo, specialmente nelle terme; il termine ‘lavanda’ deriva infatti dal verbo lavare e ne testimonia il suo uso durante i bagni.
Agli inizi del XII secolo, Hildegarda di Bingen utilizzava nella sua pratica l’olio essenziale di lavanda, mentre già nel XV secolo si crede che oli essenziali come quello di trementina, cannella, incenso, ginepro, rosa e salvia fossero ben noti. Nel XVII secolo erano conosciuti circa sessanta oli, impiegati prevalentemente in cosmetica e in medicina. L’uso degli oli essenziali è stato poi praticato nel corso di tutto il Medioevo. Contemporaneamente si sviluppava la loro conoscenza all’interno del mondo arabo, dove fu messa a punto la tecnica di distillazione, attribuita al medico-filosofo Avicenna.
Durante il Rinascimento assistiamo all’apoteosi di profumi ed essenze, utilizzati per scopi diversi.
Nell’Ottocento, con l’avvento della chimica di sintesi, l’impiego delle essenze cadde in disuso, sostituito dal più economico processo di sintesi delle molecole in laboratorio.
Il termine ‘aromaterapia’ nasce nel 1937 ad opera di Louis Gattefossé. In seguito il medico Jean Valnet, oltre ad approfondire l’uso degli oli essenziali, fu il primo a determinarne i dosaggi; dopo l’ultimo conflitto mondiale egli si dedicò totalmente agli studi di aromaterapia, sistematizzando la materia. Una sua discepola, Margherite Maury, ne sviluppò le conoscenze contribuendo all’elaborazione dell’aromaterapia come cura basata anche sul massaggio.
Negli ultimi decenni, molti studiosi hanno apportato ulteriori contributi alla conoscenza e all’utilizzo dell’aromaterapia come specialità della medicina naturale. È doveroso citare, tra gli altri, gli italiani Cajola, Gatti e Rovesti.
il chemiotipo
Sebbene due individui della stessa specie di pianta possano sembrare del tutto uguali, dal punto di vista della loro composizione chimica, e quindi dei loro effetti terapeutici, potrebbero invece essere molto differenti. Il termine ‘chemiotipo’ (ct) definisce proprio questa diversità intraspecifica. I chemiotipi sono il prodotto dell’adattamento a varie condizioni ambientali in cui la stessa specie può trovarsi a crescere: la specifica produzione chimica permette alla pianta di sfruttare meglio il terreno, difendersi da parassiti e resistere a malattie.
Consideriamo brevemente il timo, specie particolarmente prolifica di chemiotipi. Vediamone alcuni:
• Thymus vulgaris, ct. timolo: per la presenza di timolo, questa varietà ha una forte azione antisettica.
• Thymus vulgaris, ct. carvacrolo: ha un effetto simile al tipo precedente, ma il principio coinvolto in questo caso è il carvacrolo.
• Thymus vulgaris, ct. linalolo: ha un’azione meno aggressiva rispetto ai precedenti. Questo chemiotipo è antibatterico, fungicida (contro Candida albicans), viricida, parassiticida, vermifugo, ma anche neurotonico e uterotonico.
• Thymus vulgaris, ct. thuyanol-4: ha un’azione antimicrobica, soprattutto contro i virus. Stimola il sistema immunitario (aumento delle IgA) e la circolazione. È anche cosiderato un tonico nervino e sembra possieda attività ormone-simile e antidiabetica. Secondo alcuni autori, quest’olio avrebbe un’azione rigenerante sul fegato.
I tipi di timo a timolo e a carvacrolo crescono nei fondovalle e spesso sono entrambi definiti, sebbene in modo non proprio esatto, “timo rosso”. Sono considerati ottimi agenti antinfettivi. Tuttavia, il timolo e il carvacrolo, che appartengono ai fenoli, sono sostanze potenzialmente tossiche per il fegato e irritanti per la cute.
I componenti linalolo e thuyanolo appartengono invece agli alcoli e sono decisamente meno aggressivi. Le varietà di timo che li contengono sono definite “timo giallo” o “dolce”.
metodi di estrazione
Le essenze si possono estrarre in diversi modi:
- spremitura
- distillazione a vapore
- mediante alcool
- mediante solventi
- absolue
- enfleurage
- mediante anidride carbonica.
La spremitura è la tecnica più antica. È riservata ai vegetali che sono dotati di scorza esterna fresca.
La distillazione a vapore è la tecnica adatta a ricavare dalle piante quegli oli essenziali dotati di forti componenti volatili, poiché sfrutta la capacità di trasportare piccole gocce di vapore acqueo in movimento. Il processo è simile a quello applicato ad altre sostanze e si compone di tre fasi: vaporizzazione, raffreddamento, separazione. Le piante sono disposte dentro un alambicco su una grata attraverso la quale è fatto passare del vapore acqueo che, sciogliendo le micro gocce di olio essenziale, le trasporta verso l’alto. Qui una serpentina refrigerante ricondensa il vapore in acqua. In uno speciale contenitore si procede poi alla separazione, facilitata dal minore peso specifico dell’olio che risulta galleggiante nel liquido di condensa. Una variante è rappresentata dalla percolazione, introdotta più di recente e molto simile alla distillazione a vapore. In questo caso però il vapore viene diffuso dall’alto e percola alla base del recipiente, dopo aver attraversato il materiale vegetale. Il vantaggio dell’idrodiffusione rispetto alla distillazione a vapore è dato dal minor tempo impiegato per la distillazione, soprattutto per le parti legnose e fibrose (legno, corteccia). Gli oli così prodotti pare abbiano un aroma superiore e un colore più intenso rispetto a quelli ottenuti con la distillazione a vapore, tuttavia non sono ancora facilmente reperibili in commercio.
Estrazione mediante alcool: raramente alcuni oli essenziali sono estratti utilizzando il sistema di macerazione in alcool vegetale. Questi oli non sono mai puri al 100%, in quanto una esigua quantità di alcool resta sempre nell’estratto.
Estrazione mediante solventi: per contenere i costi e ottenere velocemente le essenze, sovente sono utilizzati dei solventi chimici che, dopo avere imbibito le piante sono rimossi tramite evaporazione. Questo sistema determina una cattiva qualità dell’olio essenziale, che perde inoltre buona parte delle sue proprietà; tali essenze risultano pericolose per i consumatori.
Absolue: quando è impossibile estrarre oli essenziali ricorrendo ai metodi classici, è utilizzato un solvente chimico denominato ‘esano’. La distillazione produce una pasta aromatica, denominata ‘concrete’, che contiene contemporaneamente oli e cere. Successivamente avviene la distillazione in alcool sottovuoto, separando il solvente dalle cere; il ricavato prende il nome di ‘absolue’. Questa preparazione è generalmente utilizzata per i profumi.
La tecnica dell’enfleurage risale ai tempi più antichi ed è una tecnica difficile da applicare oltre ad essere molto costosa, soprattutto per il tempo di impiego.
L’estrazione mediante anidride carbonica è piuttosto recente e offre un prodotto di buona qualità a un costo ragionevole. Non presenta alcuna tossicità e ha quindi un buon impatto ambientale.
le tre note aromatiche
Nel XIX secolo, in Francia, gli oli essenziali furono distinti in tre categorie in base al tempo necessario per l’evaporazione di un aroma.
Quelli che evaporano rapidamente, e che si percepiscono immediatamente, appartengono alla nota alta o “di testa”.
Quelli che impiegano un tempo maggiore appartengono alla nota media o “di cuore”.
Quelli che invece persistono a lungo, e non si percepiscono immediatamente, appartengono alla nota bassa o “di coda”.
chi pratica l’aromaterapia… e chi dovrebbe praticarla
Il fatto che in Francia l’aromaterapia sia stata all’inizio divulgata da autori medici ha portato a una certa integrazione di questa disciplina nella pratica convenzionale. In altri Paesi, dove è prevalsa una maggiore volgarizzazione, ciò non è avvenuto. In Italia, sebbene certi oli essenziali siano presenti in alcune specialità farmaceutiche, l’aromaterapia non è riconosciuta come branca della medicina ufficiale. Pertanto, come per altre cosiddette “medicine naturali”, è uno strumento terapeutico a disposizione – oltre che del medico – anche di una variegata popolazione di figure più o meno professionali. Sebbene anche la via cutanea non ponga al riparo da effetti indesiderati dovuti a sostanze aggressive presenti negli oli, almeno la prescrizione per via interna (orale) degli oli dovrebbe essere esclusivo atto medico.
proprietà e meccanismi di azione degli oli essenziali
Nonostante la diversa e variabile composizione chimica e gli specifici effetti terapeutici, tutti gli oli essenziali hanno in comune alcune proprietà generali: antisettiche, antibatteriche, antifungine, antivirali, analgesiche, antinfiammatorie, antitossiche, digestive, drenanti, tonificanti, cicatrizzanti, ormonali, immunostimolanti, mucolitiche, espettoranti, spasmolitiche.
oli base per aromaterapia
Gli oli base, o veicolanti o carrier oils, sono oli in cui si diluiscono le essenze. Gli oli essenziali sono “grassi” volatili che si emulsionano bene nei “grassi fissi” degli oli base. Il terapeuta può sfruttare le qualità dei diversi oli base a seconda dell’obiettivo che si propone e del problema da trattare. Anche gli oli base possono essere miscelati tra loro in proporzioni variabili. Quelli di mandorle dolci e di nocciola sono oli relativamente pesanti, ottimi per il massaggio e per formulare le creme.
L’olio di girasole è leggero e abbastanza idrosolubile, ed è indicato per i bagni medicati oltre che per massaggi (è facilmente assorbito dalla pelle).
L’olio di enotera, iperico, macadamia, jojoba e germe di grano sono miscelati con altri oli e hanno la capacità di idratare, lenire le infiammazioni e rigenerare la cute.
Nella medicina popolare così come in aromaterapia, gli oli essenziali e le molecole aromatiche sono stati usati, e tuttora lo sono, come agenti terapeutici. Oltre al loro gradevole aroma, questi composti naturali esercitano significativi effetti biologici e farmacologici. La conoscenza analitica della composizione degli oli essenziali permette un’applicazione più mirata, così come la dettagliata conoscenza del meccanismo di azione contribuisce a dare maggiore rilievo ai componenti aromatici: queste due condizioni permettono l’uso appropriato degli oli essenziali in diversi settori di applicazione.